Sessione estiva

A breve ho un esame abbastanza importante . Come sempre sono piena di ansie, dubbi e incertezze circa il risultato ( e spero con tutta me stessa che come tutti gli altri esami(tranne uno :/) , mi sorprenderà positivamente). Devo passarlo per fare un altro esame abbastanza importante che mi permetterà, una volta superato, di rilassarmi un po’ e fare qualche tirocinio nei reparti più interessanti. Quest’estate è di fuoco. Ho scelto un periodo strano per una full immersion del genere. Ma poco importa di studiare con il caldo o quando il mare chiama. Io amo quello che faccio. Amo studiare medicina.

È un’estate piena di cambiamenti. Mi sento così diversa.

Anche nel rapporto che ho con le persone.

Non cerco più l’approvazione degli altri. Inizia a bastarmi la mia.

Oggi bisogna scrivere.

Oggi mi sono svegliata con quell’impellente, impertinente, malcreanzato desiderio di scrivere.

Cosa?? Non so!!.

Ho tante, tantissime, troppe cose da fare. Eppure mi ritrovo qui, cercando di appagare un bisogno quasi fisiologico.

“Ebbene Soraya, eccoci di fronte a questo schermo che attende che le tue parole si manifestino “nero su bianco”. Dimmi cosa dovevi dirmi, trasduci quel groviglio apparentemente insensato che si è accumulato dentro la tua testa”.

Parlare con me stessa in questo modo, denota sicuramente un disturbo dissociativo della personalità. La mia “Soraya Scrittrice” ( notare come mi sto ” elevando” definendomi immoralmente e saccentemente “scrittrice”) si manifesta nei momenti meno opportuni, gridando come un bambino che vuol essere preso in braccio o che fa i capricci per ottenere le gommose a forma di uovo del mercante delle caramelle…. ( ndr. erano le mie preferite prima di diventare vegetariana). Ad ogni modo, “Soraya Scrittrice”, mia sorta di alter ego ( Ti dovrei dare un nome?!!) esplicati!.

Non sapendo che pesci prendere, dunque, di che parlare?!. “MMMM “parliamo un po’ della mia vita (da brava egocentrica che sono). A parte lo stress della sessione estiva che mi sta impedendo di vivere un post-quarantena di ritrovata libertà, non ho molti aggiornamenti da fare. Studio buona parte della mia giornata, faccio sport e ogni tanto inizio ( e se va bene) finisco qualche libro. Ho una sorta di “cotta”( più che dichiarata eh!) nei confronti di un uomo che devo dire mi mette spesso di buon umore. Ma non c’è trippa per gatti e in fin dei conti, mi sta molto bene così. Non cerco l’uomo della mia vita, e la sua “amicizia” mi appaga . Provo sincero affetto, e la sua adorabile empatia mi porta a nutrire speranza nei confronti di un’umanità in cui mi sento spesso sola. È una persona vera, reale! Concedetemi di ripetermi con il termine : ” umana”( il fatto che io sia stupita della sua “umanità” mi fa riflettere su quanto sia una qualità ”rara”). Quando l’osservo non ho di fronte una spessa lastra di ghiaccio, percorro fiumi trasparenti di acque di esperienze passate, che sfociano in cascate di emozioni. L’acqua, precipitando, genera turbamento, gorgoglia, si scaglia contro le rocce, ma in prossimità , a causa del suo impeto, schizzano gocce in cui la luce si rifratta dando origine ad affascinanti arcobaleni . E se osservi bene, riesci pure a vedere quel nanetto di San Patrizio “danzottare ” vicino alla sua pentola stracolma d’oro. Si, è davvero una brava persona, e mi fa sentire libera di essere me stessa ( malgrado io lo conosca solo da qualche mese!) : Soraya si lascia andare (e non accade mai). Come adesso, che so di poter scrivere cose del genere esprimendomi senza la paura essere minimamente fraintesa. Questo capita solo con le persone dotate di intelligenza intra/inter-personale.

Sul fronte degli affetti familiari, invece devo dire che è stato un periodi strano. Ricordo quando qualche anno fa contavo i componenti della mia famiglia. Quattro era il numero di base. E poi il resto variava a seconda della quantità dei 4 zampe. Adesso siamo rimaste in due. Mia sorella è andata a vivere da/con Ciccio ( sentimentalmente, per mia sorella, non potevo sperare di meglio!). Non è stato un cambiamento inaspettato, lo metabolizzavo già da tempo. Forse mi sono anche un pò “irrobustita al riguardo”, ho adottato un meccanismo di difesa che non adotto mai (proprio per il mio amore nei confronti delle emozioni) : sono stata più apatica del solito. Forse perché mi sento un po’ abbandonata. Ma è un sentimento illegittimo, e quindi cerco di non rifletterci più di tanto, aspettando che diventi “normalità”. E devo dire che malgrado un “modus operandi” che non è assolutamente nelle mie corde, sta funzionando.

Con Mamma abbiamo comprato una “macchinicchia graziosicchia” decappottabile, perfetta per le nostre esigenze… e già mi vedo con i capelli al vento, di ritorno dal mare, con il sole del tramonto sulla pelle ricca di salsedine, mentre ascolto qualche hit estiva, in compagnia di Mari, Gianma, Peppe, Francy, la mia mammina.

Ma prima di allora, devo impegnarmi tanto perché è una sessione tosta questa. Sto cercando di recuperare il “tempo perduto” ( che in fin dei conti non è nemmeno stato tale, l’università della vita mi ha insegnato tanto.).

Insomma, probabilmente oggi avevo solo bisogno di fare qualche update. Infatti mi sento già meglio.

Al prossimo allora.

Soraya.

Ti rivoglio mortale

È da anni che rifletto e cerco di trovare una motivazione per quello che ti è successo. Ma non voglio appigliarmi, nella mia vulnerabilità, a pensieri che in realtà, non mi appartengono affatto. Mi rifiuto di credere in un Dio che “provvidenzialmente”decide i destini di ognuno di noi. Un Dio che miracola alcuni, lascia morire altri. Un Dio che punisce coloro che vanno contro di lui. (Troppo umano, non pensi?!). Un Dio che ci manda “di passaggio” sulla terra, (mettendoci alla prova?) e poi, per chi si comporta bene, ci dona il paradiso. …PARADISO… Devo confessare che non mi va a genio nemmeno il concetto di paradiso: perché il paradiso, per me, priva di valore la vita vissuta sulla terra. A volte ti proietto in questo paradiso, libero da pensieri, da preoccupazioni, felice, sereno, eterno. Beh, non voglio pensarti così. Non fraintendermi, per me sarebbe il massimo se fossi felice, appagato, gioioso. Ma papà, non sei tu. Se penso a te, ti penso mortale. Amavo la tua mortalità, perché ti rendeva quello che eri. Il fatto che tutto potesse finire, ti faceva assaporare ogni attimo della vita. Vivevi ogni esperienza con tutto te stesso, con l’entusiasmo e la curiosità di un bambino che fa le cose per la prima volta. Davi il massimo di te con tutto e tutti. Piangevi a lacrimoni pieni, sia per la felicità che per la tristezza. Sentivi intensamente tutte le emozioni, perché tutto poteva finire da un momento all’altro. Eri ansioso, avevi una stramaledetta paura della morte, e questa stessa ti spingeva a vivere veramente, e mi rendo conto che vivere sul serio, (apprezzando anche il fatto di soffrire, perché comunque è vita), è una cosa rara!!! E tu, papà, eri raro, rarissimo.
Ritornando alla visione cristiana di vita e di paradiso, specifico che non voglio attaccare il cristianesimo, anche perché qualsiasi altro tipo di religione o filosofia orientale, come ad esempio quella che prevede un’energia vitale che vive dentro di noi, e che una volta morti, ritorna all’origine o si reincarna, non mi appaga comunque. Anche in questo caso, infatti, continui a non essere tu. E io ti voglio qui, con me, VIVO, mortale, in carne ed ossa. Con un cuore che batte. Con dei polmoni che respirano, con gli acciacchi. Con i tuoi momenti di gioia e anche quelli tristi.
E quindi, papà, come spiegare questa realtà? Non lo so. Penso che non lo capirò mai, e che svilupperò negli anni migliaia di teorie. Al momento, ciò che stona meno nella mia mente e che si avvicina di più al concetto di Dio, è ciò che identifico con il caos. Una specie di caos che più si sviluppa per casualità e più si organizza. Ma non è un’entità.
In fondo, per casualità si sviluppano determinati caratteri evoluzionistici, e se sono adatti alla sopravvivenza, si mantengono (evoluzione stocastica). Io applico questo concetto all’esistenza in generale. È il caso, che è in continuo sviluppo. E a causa del caso, si vive e si muore. Mi fa meno rabbia pensarla in questo modo, perché non posso credere a qualcosa che intenzionalmente mi ha portato via te. Questo è un pensiero affine a ciò che girovagava nella mente di un filosofo greco nel III secolo a.C. (e di cui tu mi parlavi spesso): Epicuro. Ma mi distacco da lui sul pensiero che riguarda la morte: lui diceva che non dobbiamo avere paura della morte perché quando la morte c’è, noi non ci siamo, e quando noi ci siamo, la morte non c’è. Ma questo concetto può essere relativo solo alla propria morte, e non alla morte degli altri (che poi non è lecito avere il desiderio di non annullarsi?). Comunque sia, io non ho paura della mia di morte. Io ho paura di svegliarmi la mattina, e dover accettare la realtà che da anni vivo ogni giorno. Io ho paura della tua di morte. La tua morte c’è, ed è molto presente nella mia vita. Quando il tuo cuore è impazzito e ha smesso di battere, io non sono morta con te (ed è stato strano- lo è tutt’ora- perché mi sono sempre considerata parte di te, anche parte fisica). Mi sento in colpa per questo, perché io non merito di vivere più di te. Ma la verità è che siamo individui unici, e, ahimè, sei morto da solo, come individuo, trascinandoti via la mia felicità, ma non la capacità che ha il mio corpo di sopravvivere.
Papino mio, penso solo che quando mi ritrovo a casa, a tavola, in giardino, fuori , a fare escursioni, a casa di amici…ovunque…sento un silenzio assordante, perché la voce che era sempre presente e quella che primeggiava su tutto, adesso non c’è più. Ed è un silenzio che grida. Ti cerco ovunque e ti ritrovo ovunque, ma solo in parte, perché ti vorrei tutto. Mi manchi.

Caducità, II parte

“Soraya, ma se pensi che tutto finirà, come fai a costruire rapporti veri?” É una domanda che mi è stata posta da un caro amico . E io : ” partiamo dal presupposto che dopo la morte di mio padre, considero tutto estremamente legato alla caducità del tempo. Considerando che le mie più grandi certezze passate sono state spesso stravolte, ormai mi sono abituata a pensare anche ai rapporti umani come ad un contratto a tempo determinato. Ma, non per questo non veri. Anzi!. Assaporo ogni attimo come se davvero potessero essere l’ultimo ( dato che questa probabilità c’è), e così mi godo ogni abbraccio, ogni scambio di sguardi, ogni carezza, ogni parola. ” Briseide, gli Dei ci invidiano perché per noi umani, tutto potrebbe finire da un momento all’altro! “Sono le parole di Achille (durante la guerra di Troia) , ed è un concetto dannatamente, mortalmente e meravigliosamente vero. Tutto assume un significato diverso quando ti rendi conto della sottigliezza del tempo. E allora dato che è un sottile filo, te ne prendi più cura. Cerchi di farlo durare il più a lungo possibile… Potrebbe piacevolmente sorprendermi e resistere molto di più rispetto a quello che avrei mai potuto scommettere. E lo vivo al 100% di me stessa.

Tempo fa lessi una frase ” se avessi saputo che era l’ultimo abbraccio, avrei stretto più forte”. Io non ho questo rimpianto, io quell’ultimo abbraccio te lo diedi con tutte le forze che avevo in corpo, perché ero consapevole di quanto non fosse scontato, pur non avendo idea che saresti morto il giorno dopo, pur sperando e credendo che ci saresti stato sempre.

Il mio ultimo bacio della buonanotte.


Ricordo che quella sera, dopo cena, Jeannette mi chiese di andare a vedere un film in cameretta, ma le risposi che volevo “stare in famiglia”, insieme a te e mamma. Era un periodo estremamente difficile per me, nel pieno di una depressione che era da mesi che mi stava strappando la carne dalle ossa. Non era ancora riuscita a divorarmi del tutto solo grazie al tuo continuo sostegno, e a quello di mamma e di Jean.
L’8 novembre di anni fa, è stata una serata come tante altre: guardando la TV, commentando, e chiacchierando del più e del meno (ovviamente la voce principale delle conversazioni, era quella tua: e questo, era parte della nostra meravigliosa normalità). Indossavi una maglietta intima bianca, avevi i capelli morbidi e mossi (era domenica, e non dovendo andare al lavoro, non avevi messo il tuo solito gel che li faceva apparire più scuri di quel che erano 😜). Ricordo che una delle cose che mi hai detto, parlando del fatto che tuo cugino Tony dalla Germania stava andando in pensione, è che tu non ci saresti andato prima di una decina di anni (se non di più), e che probabilmente non ci saresti nemmeno mai arrivato, perché saresti” morto prima”. (Dire “tanto morirò prima”, era una cosa che facevi spessissimo. Penso fosse come quando pensavo: “tanto nella versione prenderò 6”, così se succedeva, nessuna novità! E al tempo stesso, assumeva anche sorta di significato scaramantico, come se dicendolo, non poteva accadere). Ti risposi che la dovevi smettere di dire certe cose, perché ogni volta, per pochi attimi, mi proiettava alla realtà di quella frase, e mi faceva stare malissimo. Anche nelle menti degli uomini più geniali, esistono paure ansie che li spingono a pensare con irrazionalità e a dire cose stupide come “tanto morirò presto”. Ecco, questo era il tuo punto più debole, e so che dicendolo, non volevi farmi stare male, ma era qualcosa che non controllavi.
È stata una serata come tante, ed è stata meravigliosa. Molte persone si rendono conto delle cose importati quando non le hanno più. Io no!!. Io lo sapevo quanto fossero preziosi quei momenti. Quei momenti mi tenevano in vita. Alla fine, mi alzai e ti diedi quel bacio, come miliardi di altre volte, e ti dissi: BUONA NOTTE PAPINO MIO.
È stata l’ultima volta che ho sentito il calore del tuo corpo. E’ stata l’ultima volta che ho visto i tuoi grandi occhi e le tue labbra sorridermi. È stata l’ultima volta che ho sentito la tua BELLISSIMA VOCE rispondermi con:” buona notte a te, amore mio”.
Sembra una vita totalmente e completamente lontana, e, al tempo stesso l’unica “vera”, perché questa che vivo adesso non posso chiamarla” Vita vera”. Non senza di te.
È da anni che rifletto e cerco di trovare una motivazione per quello che ti è successo. Ma non voglio appigliarmi, nella mia vulnerabilità, a pensieri che in realtà, non mi appartengono affatto. Mi rifiuto di credere in un Dio che “provvidenzialmente” decide i destini di ognuno di noi. Un Dio che miracola alcuni, lascia morire altri. Un Dio che punisce coloro che vanno contro di lui. (Troppo umano, non pensi?!). Un Dio che ci manda “di passaggio” sulla terra, (mettendoci alla prova?) e poi, per chi si comporta bene, ci dona il paradiso. …PARADISO… Devo confessare che non mi va a genio nemmeno il concetto di paradiso: perché il paradiso, per me, priva di valore la vita vissuta sulla terra. A volte ti proietto in questo paradiso, libero da pensieri, da preoccupazioni, felice, sereno, eterno. Beh, non voglio pensarti così. Non fraintendermi, per me sarebbe il massimo se fossi felice, appagato, gioioso. Ma papà, non sei tu. Se penso a te, ti penso mortale. Amavo la tua mortalità, perché ti rendeva quello che eri. Il fatto che tutto potesse finire, ti faceva assaporare ogni attimo della vita. Vivevi ogni esperienza con tutto te stesso, con l’entusiasmo e la curiosità di un bambino che fa le cose per la prima volta. Davi il massimo di te con tutto e tutti. Piangevi a lacrimoni pieni, sia per la felicità che per la tristezza. Sentivi intensamente tutte le emozioni, perché tutto poteva finire da un momento all’altro. Eri ansioso, avevi una stramaledetta paura della morte, e questa stessa ti spingeva a vivere veramente, e mi rendo conto che vivere sul serio, (apprezzando anche il fatto di soffrire, perché comunque è vita), è una cosa rara!!! E tu, papà, eri raro, rarissimo.
Ritornando alla visione cristiana di vita e di paradiso, specifico che non voglio attaccare il cristianesimo, anche perché qualsiasi altro tipo di religione o filosofia orientale, come ad esempio quella che prevede un’energia vitale che vive dentro di noi, e che una volta morti, ritorna all’origine o si reincarna, non mi appaga comunque. Anche in questo caso, infatti, continui a non essere tu. E io ti voglio qui, con me, VIVO, mortale, in carne ed ossa. Con un cuore che batte. Con dei polmoni che respirano.
E quindi, papà, come spiegare questa realtà? Non lo so. Penso che non lo capirò mai, e che svilupperò negli anni migliaia di teorie. Al momento, ciò che stona meno nella mia mente e che si avvicina di più al concetto di Dio, è ciò che identifico con il caos. Una specie di caos che più si sviluppa per casualità e più si organizza. Ma non è un’entità.
In fondo, per casualità si sviluppano determinati caratteri evoluzionistici, e se sono adatti alla sopravvivenza, si mantengono (evoluzione stocastica). Io applico questo concetto all’esistenza in generale. È il caso, che è in continuo sviluppo. E a causa del caso, si vive e si muore. Mi fa meno rabbia pensarla in questo modo, perché non posso credere a qualcosa che intenzionalmente mi ha portato via te. Questo è un pensiero affine a ciò che girovagava nella mente di un filosofo greco nel III secolo a.C. (e di cui tu mi parlavi spesso): Epicuro. Ma mi distacco da lui sul pensiero che riguarda la morte: lui diceva che non dobbiamo avere paura della morte perché quando la morte c’è, noi non ci siamo, e quando noi ci siamo, la morte non c’è. Ma questo concetto può essere relativo solo alla propria morte, e non alla morte degli altri (che poi non è lecito avere il desiderio di non annullarsi?). Comunque sia, io non ho paura della mia di morte. Io ho paura di svegliarmi la mattina, e dover accettare la realtà che da due anni vivo ogni giorno. Io ho paura della tua di morte. La tua morte c’è, ed è molto presente nella mia vita. Quando il tuo cuore è impazzito e ha smesso di battere, io non sono morta con te (ed è stato strano- lo è tutt’ora- perché mi sono sempre considerata parte di te, anche parte fisica). Mi sento in colpa per questo, perché io non merito di vivere più di te. Ma la verità è che siamo individui unici, e, ahimè, sei morto da solo, come individuo, trascinandoti via la mia felicità, ma non la capacità che ha il mio corpo di sopravvivere.
Papino mio, penso solo che quando mi ritrovo a casa, a tavola, in giardino, fuori ,a fare escursioni, a casa di amici…ovunque…sento un silenzio assordante, perché la voce che era sempre presente e quella che primeggiava su tutto, adesso non c’è più. Ed è un silenzio che grida. Ti cerco ovunque e ti ritrovo ovunque, ma solo in parte, perché ti vorrei tutto. Mi manchi.
TI AMO, e sei un grande, perché se come individuo hai cessato di esistere, come amore, sei eterno.

Caducità

Il mio profumo andrà via
dal tuo cuscino, dalla tua pelle, dai tuoi ricordi.
Rimarrà forse un inconscio eco di qualcosa che è stato.
È cos’è stato?
Un sottile attimo di vita pura.
Il mio profumo si dissolverà  trascinato via dall’onda di un tempo meravigliosamente mortale.
Ne sento l’acqua  scorrere tra le dita, e non ho il potere di fermarla.
Ma non riuscirei e percepirla  senza questo suo fluire.
Quindi anche se il mio profumo verrà dimenticato e sarà presto evaporato,
sono grata che proprio per questo suo tempo finito
tu lo abbia respirato, assaporato e in che in qualche modo
ci abbia unito.

Il tuo portafogli – 6 maggio

Mi ritrovo qui a osservare il tuo portafogli. Tiro fuori i tuoi plettri consumati ( due dei quali auto-fabbricati da due oggetti di plastica che non riesco a identificare ), i tuoi foglietti di appunti ( frasi, numeri di telefono, schemi sul come riconoscere i sintomi di un ictus), due pillole di tavor, il tuo tesserino di iscrizione all’albo dei giornalisti e a quello degli informatori medici, il tuo porto darmi, le tue carte di credito. Lo stringo sperando di sentire anche io le tue mani che centinaia di volte lo hanno messo in tasca o tirato fuori quando ritornavi da lavoro, poggiandolo sul comodino bianco del salone. Sento il profumo della sua pelle che inevitabilmente mi porta al tuo di profumo. È uno degli oggetti più familiari del mondo, e se lo dovessi rivedere poggiato su quel comodo bianco, probabilmente non ci farei nemmeno caso. Lo osservo, ed è come se avessi la sensazione che fosse qui ad aspettarti. Non è un un ” ricordo”, non mi riporta alla tua “morte”. Ti aspetta! Come ti aspetta tutto in questa casa! E come continuo a farlo anche io! Anche e soprattutto oggi, per festeggiare insieme il tuo compleanno, con l’immancabile cassata siciliana. Aspetto di rivederti sorridere imbarazzato, non totalmente entusiasta degli anni che passano. Aspetto di vederti scartare la pasta di zucchero e mandorle che sta sopra la torta alla ricotta. Aspetto di abbracciarti forte forte, e di sentire il calore dei tuoi baci e delle tue mani sul mio viso. Io ti aspetto qui, con le candeline accese. Non importa quanto ci metterai. Non vedo l’ora di farti gli auguri. E quindi…ti aspetto!!.

Il ” demone” della felicità.


Pochi giorni fa ho ascoltato un discorso di Galimberti sul concetto di εὐδαιμονία/ Eudaimonia, ovvero ” la dottrina della felicità”, che ha scatenato in me un effetto domino di pensieri.

La parola “eudaimonia” deriva da : Eu/εὖ” (“vero”) e ” Daimōn/δαίμων ” (“demone”).  Questo termine probabilmente fu coniato per la prima volta da Platone. Per ” daimon” lui intendeva uno spirito guida, una delle molteplici manifestazioni dell’anima che ”stava in tutte le cose”. E così per essere felici veramente, citando Socrate, Platone enunciava: γνῶθι σεαυτόν “conosci te stesso”. Fa’ ciò che è secondo la tua misura. Comprenditi e agisci di conseguenza. Conosci il demone che sta dentro di te, renditi conto delle sue caratteristiche, dei suoi limiti, dei suoi pregi.

Voglio soffermarmi però sulla parola ” demone”. In fondo anche lo stesso Platone affermava la natura dicotomica delle idee, ovvero che uno stesso concetto possa  essere :”sacro, benevolo”, ma anche: ” profano, malefico”( a parer mio, anticipando un po’ anche quella che è la teoria della relatività-che non si limita un ristretto dualismo!-). Cosa siamo noi?? Cos’è artefice della nostra personalità? Perché l’eudaimon di Soraya apprezza di più  le patatine fritte piuttosto che un pezzo di cioccolato?! Perché medicina piuttosto che giurisprudenza? Perché un’etica cirenaica, basata sull’edonismo,(ovvero sull’appagamento del piacere fisico) piuttosto che su quello mentale dell’atarassia (assenza dalle emozioni, imperturbabilità dell’anima) epicurea, stoica e di molte filosofie/religioni orientali?!.
Ad oggi sappiamo che i centri della nostra personalità risiedono, principalmente a livello del lobo frontale. Lo dimostrò, nel 1848, il caso di Phineas Cage, un operaio il cui lobo frontale venne accidentalmente perforato da una sbarra di ferro e la cui personalità cambiò quasi totalmente, diventando, da uomo pacato ed educato, a irascibile e scortese. 
Non me ne voglia Platone che affermava che l’anima era superiore al corpo, però, dal momento che dei cambiamenti fisici e chimici sono in grado di condizionare ciò che siamo, allora il nostro vero demone risiede in neuroni, fasci di nervi, sinapsi e neurotrasmettitori, e le varie combinazioni che ci sono tra di essi, fanno la nostra personalità!. Quindi io Soraya, nella totalità del mio corpo, adempio e asseconda ciò che è il mio encefalo! Sono schiava della mia natura materiale, fisica e chimica. E su di essa non ho potere decisionale : non posso alzarmi un giorno dal letto e decidere che ” da oggi mi piacerà la musica neomelodica napoletana ”. Non funziona così!. E di conseguenza la mia felicità può essere la mia migliore amica, ma anche la mia peggior nemica, dato che ne sono vittima inconsapevole e consapevole. Per la  necessità che ho di assecondarla, ( dato che non posso decidere su di essa) , mi rende schiava di me stessa. Come il funambolo che cadde e morì di fronte al proprio pubblico  in ” Così parlo Zarathustra” . Tutti lo derisero, ma Zarathustra fu l’unico a occuparsi della sua sepoltura, perché almeno lui  faceva qualcosa per cui avrebbe dato la vita ( e effettivamente lo fece), raggiungendo il proprio stato di superuomo. Perché quell’uomo “scelse” di fare il funambolo e non il bracciante?. Perché il suo stato di superuomo dipendeva da questo e non da un lavoro meno pericoloso?. Ci sono cose che vanno ben oltre  la  nostra capacità di comprensione. A volte mi sento come se avessi un metal detector che porto in giro  a caso, sperando di trovare dei punti in cui il segnale si faccia più forte:” tiiiiiiiiiiii tiiiiiiiiiiii” : ecco questo  è ciò che mi rende felice. Ma io sono solo ciò che tiene in mano questo metal detector. La mia felicità può essere uno spirito benevolo, ma anche il male. Può portarmi alla morte nel tentativo di raggiungerla ( come per il funambolo…) o può essere meno utopica, con una ” giusta misura personale” più a portata di mano. Io, indipendentemente da da ciò, non ho molta possibilità di scelta.

Diario di una ragazza insonne.

” Diario di una ragazza insonne”.

No Soraya, non puoi iniziare così. Non è un titolo accattivante. È come quando una persona che non conosci, ti si presenta con: “ciao, mi chiamo X e ho il problema Y”. Empaticamente carica di negatività.
Avere a che fare con persone, implica (imprescindibilmente) avere anche a che fare con i suoi problemi: una persona che non ne ha, non esiste!! Ma all’inizio di una conoscenza è anche giusto diluirli, presentandoli con il giusto mix di pregi. No??? Chi sano di mente si presenterebbe dicendo: “ciao mi chiamo Alessandro e sniffo borotalco?” (A parte nelle riunioni di gente che soffre degli stessi drammi di varia natura come gli alcolisti anonimi, o, appunto… gli sniffatori di borotalco!).
Ad ogni modo, dopo questa infinita (e di dubbia utilità), riflessione…cambio titolo con :
Appunti delle 5 di mattina!!
(Già va meglio!. Sono le 5 di domenica mattina, ciò significa che non implica per forza che io soffra di insonnia… Magari sono appena ritornata a casa dopo una festa in una villa in piscina, come nel film americano che ho appena finito di vedere che parla di adolescenti di una ” high school”, che bevono bevande alcoliche in bicchieri rigorosamente di  cartone color rosso).
Volevo fare una riflessione sul senso della”felicità”, ispirata dalle parole di Galimberti di un video che ho visto pochi giorni fa. Ma dato l’incipit che le mie mani hanno appena buttato giù, superando in velocità la mia capacità di elaborarlo, non mi va di andare troppo fuori tema (ammesso che ci sia) rischiando di screditare quel pensiero a cui voglio dare una dignità maggiore di un inutile e sconclusionato flusso di coscienza, in cui si potrebbe evincere che io sia una ragazza superficiale che evita i problemi delle persone. Per questo motivo ci tengo a precisare : mi piace avere a che fare e se possibile, mi piace anche aiutare chiunque . Ma il mio problema con i problemi è che quando si ha a che fare e con uno di essi, si tende a individuare se stessi e individuare gli altri solo con quelli. (Ok, adesso vado a cercare un sinonimo di problema, perché altrimenti sonoricamente questo discorso esce fuori come un omogeneizzato di parole sempre uguali. Ho trovato : Grattacapo, Rogna, Difficoltà… Vada per difficoltà!!). Quindi dove eravamo?! Ah si: le persone tendono a individuare e individuarsi con le “difficoltà” che affrontano. Ma un ragazzo che sta su una sedia a rotelle, non è un ragazzo  esclusivamente non in grado di muovere gli arti inferiori. È un ragazzo che ha anche questa caratteristica. Ma non è l’unica caratteristica . Come una ragazza che soffre di disturbi alimentari, o beve alcol o sniffa borotalco (da quante volte lo sto scrivendo, sembrerebbe, a questo punto, che io sniffi borotalco….  impavido lettore del mio blog, se ti stai ponendo questa domanda, ti lascerò nel dubbio! ). A volte penso che le sfumature più scure di una persona, tendano a diffondersi come macchie d’olio, anche su quelle chiare, perché involontariamente e inconsciamente, tendono a descrivere quasi la totalità di una personalità. ” Ciao, mi chiamo Soraya e sono una persona ansiosa e per questo spesso non dormo la notte” . La mia ansia non definisce ciò che sono. Non mi rappresenta. malgrado io stessa, a volte, tenda a pensarla così. Fa parte di Soraya, ma non è tutto il complesso: ho anche milioni di altri difetti ahahah!! Ma anche molti pregi :D!! Ad esempio mi distraggo  facilmente. E per la natura molteplice e relativa delle cose, distrarmi può essere un grande difetto ma anche un gran pregio. A volte sapermi distrarre mi salva la vita, altre volte me la complica. Magari anche l’insonnia può diventare un gran pregio: rimanere sveglia di notte può risultare utile per ragioni di varia natura :D.
Insomma: relatività . Relativamente a ciò che ho detto prima, magari per alcuni ” Diario di una ragazza insonne”, potrebbe essere un titolo accattivante…. Mentre per altri: no. Ma tendenzialmente, secondo me, meglio presentarsi cercando di alleggerire il carico di colori scuri, infilando in lavatrice anche qualche maglioncino chiaro… Così tutto risulta di un colore non troppo netto. Se un piatto squisito, avesse un cattivo odore, dubito che qualcuno gli desse la possibilità di un assaggio. E sarebbe un gran peccato!.

TripAdvisor della Soraya Tilotta Maison.

Soggiorno in questo corpo già da qualche anno. Devo dire che gli ambienti, abbastanza luminosi e spaziosi, sono stati ristrutturati adeguatamente con le mode del tempo, e ancora non ho notato particolari segni di usura. Gambe con una base strutturale di buona manifattura, hanno una leggera tenenza ad accumulo di tessuto adiposo nell’interno coscia, ma che si riesce a controllare seguendo un’adeguata alimentazione e  praticando giornalmente attività fisica. La vista è ampia, grazie anche all’ausilio di due occhi ( colore cioccolato fondente), di dimensioni non indifferenti. Naso “importante”, ma praticamente inutile a causa di un setto nasale deviato ( mi occuperò di questo quando avrò a disposizione più tempo). Finalmente dopo anni di lavori, le impalcature dentali sono state tolte e devo dire che la seconda ditta  ha fatto un ottimo lavoro. Per quanto riguarda l’arredamento: è sempre abbastanza naturale, anche se, nell’ultimo  anno, è stato effettuato un taglio un po’ troppo corto con riflessi rossi di cui non riesco più a liberarmi. Ritornerò al biondino originale il prima possibile, approfittando anche di questo periodo di quarantena. Piccola pecca: il soggiorno tende a delle asimmetrie che però rispecchiano  la personalità “asimmetrica” della padrona di casa ( mi occuperò anche di questo, in seguito). A proposito della personalità dell’host: è molto disponile, accogliente, solare e simpatica. A volte un po’ matta con tendenze al did ( disturbo dissociativo d’identità), con iperattivismo e biricchinismo. Ma tutto sommato una brava persona . Ritornando al discorso “home’, nel tempo libero si può approfittare della permanenza all’interno della struttura, leggendo uno dei tanti libri che arricchiscono gli scaffali delle pareti, ( alcuni sono  interi, altri invece provvisti solo delle prime pagine o al massimo della metà). Vi sono anche parecchie telecamere, macchine fotografiche  e giochetti di varia natura. La raccolta musicale a disposizione è estremamente miscellanea. Cucina abbastanza healty e vegetariana ( la politica della casa è infatti : animal friendly and eco friendly).  Pulizia impeccabile. Ogni tanto si hanno ipotensioni e blackout, ma ci si fa l’abitudine!!. Consiglio vivamente il soggiorno nella Soraya Tilotta Maison, alla quale do 4/5 stelle.

L’ansia da prestazione del lunedì.

L’ansia da prestazione del lunedì.
La domenica pomeriggio mi ripeto sempre che per una settimana proficua, una delle condizioni necessarie è ” il buon rendimento del lunedì”. E così carico di aspettative questa giornata.
Mi riprometto di alzarmi presto, studiare minimo 10 ore,  mantenere una media di 13km/h in 30minuti, leggere almeno 20 pagine di uno dei tanti libri iniziati e mai finiti, non andare a dormite in  piena notte. Il bello è che poi finisce che mi alzo un pochino più tardi, (perché magari durante la notte non sono riuscita a  dormire  bene… come spesso capita!)
, e così, diventa tutto un effetto domino  dove tutti i tasselli dei buoni propositi cadono giù a cascata . Una cosa tira l’altra e mi ritrovo, senza che me ne renda conto, al martedì mattina, dove le cose vanno meglio, perché il lunedì pomeriggio, in seguito alla realizzazione della mia incapacità di mantenere degli impegni per filo e per segno, non ho imposto alcun programma della giornata, quindi comunque vadano le cose, il martedì, va sempre meglio rispetto a quello che avevo predetto. Il mercoledì ancora meglio e così via.
In funzione di ciò, sono arrivata a una conclusione: weekend lungo. Nel senso che ho smesso di organizzarmi un piano d’azione. Basta. Troppe aspettative. Ho l’ansia da prestazione come un 16enne sfigatello che fa la sua prima esperienza sessuale con la ragazza più figa della scuola. Durerà il tempo di dire ‘”ciao”.
Nella mia mente la settimana inizierà senza grandi pretese il martedì e considerarò il lunedì solo come prova senza giudizio, un’esercitazione innocua.
A presto, e buon primo giorno di prova a tutti.

( lunedì 30 Marzo)

Il “per sempre” di qualche attimo.

“Non ho mai cercato la donna perfetta… l’amore eterno, il “vissero per sempre felici e contenti”… L’unica cosa di cui volevo essere certo era che in quel momento di vita che ci univa… NOI fossimo davvero una cosa sola, anche soltanto per un instante. Non io con lei o lei con me. Noi. Semplicemente noi”. Dylan Dog, maxi n.17, storia: “Chiamata dall’inferno”.

Tra tutte le correnti di pensiero  filosofiche di cui ho letto, il nichilismo è sicuramente quella che apprezzo di più. Rifiuta l’istinto gregge, mette in discussione i valori tradizionali, morali e religiosi che ci insegnano fin dal nostro primo pianto. Invita l’uomo a superare quella condizione  “dormiente” in cui non si rende conto di vivere, brucando al pascolo ogni giorno, illudendosi di essere libero ( ma in realtà è imprigionato in una gabbia di valori che gli sono stati  presentati come  innati.). Il “profeta” Zarathustra ( notare com’è stato genialmente provocatorio Nietzsche utilizzando la parola “profeta”, tutto “Così parlò Zarathustra” è impiantato come fosse un libro sacro al pari della Bibbia : l’obiettivo era quello di sconsacrare, “profanare” ciò che veniva considerato ” inviolabile”) che dall’alto della sua personale  rivelazione, dichiara:  Dio è morto!. Ne canta anche Guccini, riferendosi a questa stessa  “Morte di Dio” di Nietzsche:  “è venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”.  ( GUCCINI ❤️). Nietzsche ci spinge a mettere in dubbio tutto, a trasvalutare l’intera esistenza e superare questa fase di quiescenza, aprendoci gli occhi, fino a renderci  conto che la realtà è caos,  che  ” NULLA” ha effettivamente senso (questa è la fase di nichilismo passivo), ma non per questo, dobbiamo passare il resto della nostra realtà a non fare niente, perché appunto : nulla ha senso . Anzi, ci invita a  superare il nostro “umano troppo umano” a divenire : Übermensch: Superuomo !. E questa è la fase del nichilismo che viene definita attiva: siamo un foglio di carta bianco, su cui poter scrivere la nostra  personalissima scala dei valori, la  nostra “religione”, il nostro “obiettivo di vita”, perché non esistono valori morali universali, tutto è relativo, e questa relatività è riconducibile solo a noi stessi. Trovo tutto ciò estremamente eccitante, adrenalinico. Attenzione però, mi rendo conto che arrivare alla fase ” foglio bianco” è utopico ( e non condanno totalmente alcuni schemi della società. Anche perché, francamente, ritengo che ci siano certe persone che abbiano bisogno di ” regole”.). Però mettere in dubbio tutto, mettersi in discussione , prendere posizioni, rimettersi in discussione e poi rifarlo nuovamente è un circolo virtuoso che mi aiuta a comprendere (e non-comprendere) la Soraya del presente. Certo ci sono cose che mi appartengono completamente,( e che fondamentalmente non cambiano) ma altre, invece no. E quindi  evito di dire ” sono una persona che “, perché in realtà io non ho idea esattamente di come sia fatta.  Al massimo dichiaro ” tendenzialmente la mia personalità si comporta così, ma non escludo che domani possa cambiare”. Non prendo posizioni definitive, perché alla fine, come Eraclito docet : Panta Rei: Tutto Scorre. Tutto cambia. Cambia il nostro corpo, cambia la nostra mente, cambiano i nostri pensieri. Cambiano i nostri sentimenti. Per questo non do etichette nemmeno ai rapporti. Nella mia, ormai non più breve vita ( si, è una frase che uso spesso: subisco l’ansia del tempo che scorre), ho ben compreso che ogni tipo di rapporto cambia. E che siano cambiamenti positivi o negativi, poco importa. È una corrente che non può fermarsi. È cambiato il rapporto che avevo con mio padre (adesso che è morto), con mia sorella, con mia madre, con i miei amici e i più che amici. E questo mi porta alla frase di Dylan Dog, – il mio grande amore (utopico) -: “non ho mai cercato il vissero per sempre felici e contenti”. .  Cosa ce ne facciamo di  etichettare quello che tiene insieme due persone dato che è indefinibile  e continuamente soggetto al cambiamento?!.. Siamo pezzi di puzzle che si incastrano, e che nel tempo assumono forme  diverse, alcuni continuano ad incastrarsi, altri  diventando totalmente incompatibili. Ma fino a quando ci si incastra, dato l’effimeritá del tempo: godiamocelo. Perché non esistono tempi infiniti in cui un cosa ” x” possa durare, ma si può raggiungere un “per sempre” anche in un solo istante. E io nella mia mente sono ricca di “per sempre” di pochi istanti . Per sempre : quando mio padre, durante un pomeriggio qualunque mi ha detto : “io e te abbiamo una mente estremamente simile e alla tua età pensavo e riflettevo sulle stesse cose”. Per sempre : quando sono entrata in medicina e lui non faceva altro che gridare  “wow”. Per sempre  : ogni abbraccio con mia mamma. Per sempre : io e mia sorella che giochiamo a Grim Fandango e guardiamo Gilmore girls”. Per sempre : quando ho visto la prima volta Sinuhè”. Per sempre:  allattare Obelix notte e giorno. Per sempre:  ” Hi Naomi ( mia sorella olandese), it’s a pleasure to meet you”. Per sempre : “in questa festa del liceo, mi ricorderò di questo bacio perché sento che già ti amo”. Per sempre ” ciao, facciamo l’amore?”  Per sempre : “mi piacciono le tue carezze”.  Per sempre ” signorina, la vedo correre ogni giorno, la stimo moltissimo…vuole un limone per avere un po’ di energie?”.  Per sempre ” ti voglio bene”. Per sempre ” balliamo?”. Per sempre ” che bontà queste patatine fritte”. Per sempre ” papà,  ti amo da morire”. Per sempre ” …”.

L’amore ai tempi del col…covid-19. Di Soraya Garcia Tilottuez

Era inevitabile, l’odore delle mandorle amare le ricordava sempre il destino degli amori contrastati.

La dottoressa Soraya Tilotta lo sentì appena entrata dentro l’abitazione di uno dei suoi pazienti più anziani, Fabio Geranio, malato di Alzheimer da qualche anno, e ormai in fin di vita. -“Dottoressa, negli ultimi giorni peggiorò!! Tussiu come non mai,  e spesso un pòtte chiù respirare. Suspettu chi fu infettato!” Esclamò il genero, armato di mascherina chirurgica ,mentre asciugava le mani, zuppe di amuchina, sventolandole in aria. S -“Due giorni fa gli è stato fatto un tampone che è risultato negativo, quindi, o si è trattato di un falso negativo, o in questi due giorni lei o sua moglie lo avete infettato. Ma in questo caso anche voi dovreste fare il tampone e rimanere in totale isolamento !.”
-“Nonzi, io e me mugghiera a casa semu stati pu tuttu u tempo. Abbiamo fatto le scorte a lu supermercato una settimana fa: 400euri di spisa! Ed è di tannu chi unni muvemu di casa!”.
S-“E allora non vi è alcun pericolo. Purtroppo suo suocero  sta morendo per l’ aggravarsi dello stato della sua malattia, che non c’entra nulla con il coronavirus”.
-“Giusto giusto ora avia a mòrire, che unn’è possibile fargli u funerale!”.

Il covid19 era un virus che da mesi si stava diffondendo su tutto il territorio Italiano (e mondiale) e aveva fatto parecchie vittime tra anziani, immunodepressi, e altri individui la cui salute era già stata compromessa da altre gravi malattie. Il problema erano i portatori “sani”. Individui che: o non sviluppavano la malattia, o che ignari andavano in giro a diffonderlo durante il periodo di incubazione (il Covid-19 aveva un tempo di incubazione che andava da 2 a 14 giorni. Ma la sua virulenza si sviluppava immediatamente), o che sviluppavano qualche sintomo senza compromettere minimamente la loro stessa salute. Pertanto, l’unica soluzione era la quarantena per tutti. E così ogni comune d’Italia era diventata una “trincea”, e chiunque si volesse spostare da un comune ad un altro doveva presentare un’autocertificazione che esplicasse dei motivi validi.
” Voglio vedere Sinuhè”  pensò di scrivere come “giustificazione” Soraya, ma sapeva, (da brava dottoressa disincantata quale era), che sarebbe stato totalmente inutile.  Sinuhè era un medico egiziano, residente a Palermo, che aveva conosciuto al policlinico durante un convegno sulle malattie neurologiche autoimmunitarie. La giovane neurologa considerava quella un’emergenza se non che di natura sentimentale: stava subendo una sorta di crisi d’astinenza, e messaggiare notte e giorno con lui, non le bastava. Era nata un’intesa fisica e mentale di un’unicità incredibile, il desiderio di vederlo cresceva con costanza. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno, frequentare una persona potesse diventare un reato penale, tanto da rischiare il carcere da 1a 6 anni!!.
” Non vedo l’ora di rifare Zum Zum Zam Zam Popi Popi con te! ” Lesse sullo schermo del cellulare aprendo l’ultimo messaggio da parte del ragazzo. Sorrise divertita e cercò di immaginare Sinuhè in carne ed ossa di fronte a lei mentre pronunciava quelle stesse parole, con il suo adorabile sorrisetto sotto i baffi. 
Erano ormai mesi che non potevano che accontentarsi di questo rapporto “epistolare”. Le loro comversazioni erano scandite da condivisioni di meme sul covid-19 (e non ), musica, Ted-talks, articoli di Nature, video sui sederini dei Corgi mentre camminano, foto di Victor ( il gatto di Soraya), immagini sulle loro attività, e qualche videochiamata.
Il tempo passò e finalmente dopo circa sei mesi di isolamento, poterono rivedersi.
Ma si presentò un grosso, grande e rumorosissimo ”MA”, perché entrambi si accorsero che il compagno epistolare che avevano idealizzato nelle loro menti, non corrispondeva alla persona “reale”. E malgrado gli sforzi iniziali per fare andare bene le cose, il loro rapporto non faceva che peggiorare.
Così decisero di non vedersi mai più.

Dopo circa 50anni, ormai ultrasettantenni, si rincontrarono stocasticamente durante una crociera. Entrambi vedovi, tra una pillola della pressione e l’altra per il colesterolo, si innamorarono di nuovo, ma questa volta dal vivo, e consumarono il loro amore ritrovato, fondendosi nelle nudità delle loro rughe. Vissero per altri 10 anni felici e contenti ” Zum Zum Zamzando Popipopando” tantissimo. 

Ps. L’ultimo caso di covid-19 si ebbe nel 2021 anno in cui fu sviluppato il vaccino che debellò completamente la malattia.
Fine.

Copyright di SorayaTilotta. Questa storia è assolutamente e completamente nata dalla mia Fantasia e non mi sono completamente ispirata a nessun libro (scritto in lingua spagnola del 1985) in particolare .

Da Calipso.

Da Calipso  (di Soraya T.).

Ulisse, non andare via.
Toccami,
Accarezzami,
Baciami ancora.

Fa’ che il tempo non lasci alcun segno.
Fa’ che l’aurora sorga tutt’ora.

Itaca non vale un presente infinito,
non vale quanto godere di un amore proibito.

Continua a suonare
le corde della mia mente.
Continuiamo a danzare
così etereamente.

Ulisse,
Ascolta le mie parole!
Che dell’amore non prenda posto il dolore.

Lista delle cose da fare prima di tirare le cuoia!.

Poco più di una settimana fa, ho rischiato seriamente di morire.
Non è la prima volta che mi capita. Ma in passato ho rischiato di perdere la vita a causa di meccanismi molto più lenti.
Una settimana fa invece è accaduto tutto in modo così estremamente veloce da essere impossibilile da realizzare sul momento.
Ricordo solo il ” concetto” di paura. Una forte pressione sullo sterno a causa della stretta della cintura di sicurezza e un pugno in faccia per lo scoppio dell’airbag.
Ebbene, quell’attimo, una volta uscita dalla macchina,  ha avuto assunto un valore eterno dentro la mia testa. E devo confessare che nei giorni successivi non ho sentito il pavimento sotto i piedi. Mi sembrava di fluttuare tanto da pensare : sono morta e forse sto vedendo quello che sarebbe stata la mia vita se fossi sopravvissuta? Sono entrata in una realtà parallela?”.
Comunque tutto questo mi ha spinta a stilare una lista delle cose che voglio fare prima di tirare le cuoia, in modo da “mettermi fretta” nell’inserire un “√” per ognuna di loro.
1) Laurearmi.
2) Vivere qualche annetto ( se non tutta la vita all’estero tra : svizzera, Canada, Inghilterra).
3) Leggere tutti i libri di papà ( o per lo meno, provarci dando una chance a ognuno di loro).
4) Innamorarmi seriamente, e non di un ideale, né del mio alter ego.
5) Avere un/a piccolo/a Sorayo/a.
6) Provare LSD, MDMA,  funghetti allucinogeni, DMT.
7) Scrivere uno o più libri.
8) Provare lo yoga.
9)Prendere un tea a Marrakech.
10)Galleggiare sulle acque del Mar Morto.
11)Dare da mangiare a una giraffa durante un safari.
12)Imparare l’arte della meditazione da un buddhista in Tibet.
13)Percorrere tutta la muraglia cinese.
14)Dormire dentro un igloo.
15)Unirmi a Greanpease.
16)Bere del cioccolato Santa Cecilia Acatitlan.
17)BungeeJumping.
18)Gettarmi da un aerio (con il paracadute Ahah non ho istinti suicidi).
19)Percorrere interamente la Route 66.
20)Bere Tequila a Tijuana.
21)Visitare il tempio di Tanah Lot.
22)Partire senza sapere quando tornare.
23)Bere un Cuba libre a Cuba, fumando un sigaro.
24)Burning man.
25)Camminare tra i baobab secolari del Madagascar.
26)Escursione tra le Tianzi, in Cina.
27)Rafting.
28)Osservare i geyser di Yellowstone.
29)Esplorare la tomba di Tutankhamon.
30)Jet ski.
31)Ammirare le Vittoria Fals.
32)Navigare sul rio delle Amazzoni.
33)Osservare i paesaggi “lunari” dell’Islanda
34)Vedere l’aurora Boreale.
35)Assistere a un decollo di un razzo spaziale
36)Visitare un cimitero il giorno dei morti in Messico.
37)Fare pace con la stocasticitá della vita.
38)Fare veramente l’amore .
39) Viaggio tra le isole Irlandesi.
40) Suonare la chitarra più che discretamente.
41) Smetterla di essere esageratemtne critica nei miei stessi confronti.
42) Accumulare il più possibile tanti piccoli momenti di felicità.
45) Restaurare la vespa di papà e girarci per il mondo.
46) Pubblicare un articolo su Nature.
47) Parlare in un ted-talks.
48) Adottare un figlio.
49) Fare qualcosa che valga il ricordo di una vita intera.
50) Sentirmi soddisfatta di me stessa.

Dichiaro amore all’emozione.

Per l’ennesima volta, nella mia (ormai non più tanto breve) vita, sono stata vittima di un sequestro emotivo, ovvero quella situazione in cui gli stimoli esterni, anziché essere elaborati dalla corteccia cerebrale, arrivano direttamente all’amigdala e provocando reazioni istintive, perché la mente smette di ragionare con lucidità. Le emozioni mi hanno rincoglionita totalmente. Sono diventata impacciata, priva di capacità oratorie, imbranata. Sprecavo energie mentali nel pensare: ” Dí qualcosa di sensato!”, che a elaborarlo sul serio. E così impiastricciavo parole a caso, nella speranza prendessero senso da sole ( ovviamente il miracolo non è accaduto).
Per un attimo ho capito per quale motivo, nella storia della filosofia, da Platone, agli stoici, a Cartesio, alle filosofie orientali, all’illuminismo, le emozioni sono state considerate così negativamente. Platone, ad esempio,  considerava le emozioni  manifestazione dei tanti effetti collaterali che l’anima subiva, essendo prigioniera del corpo. Gli stoici, (il più famoso dei quali, Seneca), seguendo lo stesso tipo di ragionamento, credevano che per raggiungere la saggezza, era necessario vivere una vita lontano dai sentimenti e dai piaceri effimeri. Cartesio, nella dicotomia mente/corpo , considerava le emozioni appartenenti a ciò che definiva  “esprit de bête” (spirito animale), in netta contrapposizione con la mente.
 “Atarassia”( imperturbabilità) e “apatia”(assenza di emozioni) sono anche obiettivi delle filosofie/religioni orientali secondo cui i desideri e le passioni conducono solo alla sofferenza. L’illuminismo vedeva  la ragione come l’unica facoltà in grado di fare luce sulla verità.
D’altro canto però Aristotele considerava l’uomo un “animale sociale”, che doveva imparare a gestire queste stesse emozioni, dato che era impossibile e “utopico”( citiamo Platone), scindere l’uomo dai turbamenti e dalle eccitazioni. Aristotele era un realista, tanto è vero che nell’opera : “Scuola d’Atene” di Raffaello Sanzio, la sua mano è rivolta verso la Terra (come per dire, parliamo di cose pratiche!) anziché verso il cielo come il suo maestro Platone ( ideale, metafisico). Il romanticismo si contrappose all’illuminismo, in cui vennero esaltati sentimenti, creatività, empatia.
Anche Nietzsche considerava fondamentale per la  salute fisica e l’igiene mentale la comunione fra l’energia emotiva di Dionisio e la saggia razionalità di Apollo. Emotività e razionalità sono un dualismo imprescindibile. Nolente, questo legame lo manifestò lo stoico Seneca, il quale fu accusato di predicare bene e razzolare male. Nelle lettere  all’amico Anneo Sereno, affermava che un l’anima dell’uomo si sarebbe tranquillizzata se e solo se avesse raggiunto un equilibrio interiore tale da essere impassibile agli eventi  esterni, sia belli che brutti : Sei povero? Poco importa, se sei in pace con te stesso, vivrai sereno. Sei ricco? Poco importa, i soldi non fanno la felicità. Sei famoso? Poco importa, non te ne fai nulla dell’apprezzamento altrui, l’unica cosa che importa è la tua morale ed etica che sono indipenti dagli eventi ambientali. Eppure Seneca era ricco e si impegnò moltissimo ( e questo gli costò la vita) in politica. Amo Seneca, perché era così stramaledettamente “animale sociale”, era così stramaledettamente umano ( per quanto lui stesso non volesse ammetterlo). E quindi Seneca, consentimi di dissentire ai tuoi precetti ( come hanno fatto in molti) perché la tua vita..di stoico, forse…ha avuto solo la morte (ti suicidasti sotto il comando di Nerone, che altrimenti avrebbe mandato qualcuno a ucciderti). Sei caduto alla tentazione della tua umanità talmente tante di quelle volte che non puoi non essere adorabile. Sarò io che sono deviata, ma amo i difetti. Forse perché sono la più grande detentrice di difetti che io conosca…e le persone che ne sono prive (sotto effetto della mia idealizzazione) mi mettono sempre a disagio. Ma il disagio è anche un’emozione ( che, a questo punto è un mix tra sentimento e ragione), e quindi mi piace viverla appieno perché mi fa sentire viva. Ridiamo dignità alle emozioni!! Perché ” cogito, ergo sum” (Cartesio docet):  penso quindi SONO!.  E Pensare è frutto di materia,… chimica, fisica che viaggia all’interno del nostro sistema nervoso centrale; è elettricità, sono neurotrasmettitori, sono aree del cervello  che si attivano, comunicano, si disattivano.  E tutto ciò mi fa sentire stramaledettamente viva. Quindi, dichiaro il mio amore alle passioni, al desiderio, al piacere, ma anche all’ansia, allo stress, alla tristezza, ai pensieri più o meno lucidi, alla matematica, alla filosofia, alla scienza, alla metafisica. Dichiaro amore alla confusione mentale (anche se mi fa apparire come una rincoglionita) perché sono di fronte a un professore che mi deve giudicare in 30esimi, perché sto bevendo più di un bicchiere di vino, perché sto provando un allucinogeno o perché sono di fronte a un  ragazzo che mi piace. In fondo, forse, non è nemmeno un sequestro emotivo, sono sempre io che sono incapace ti tirare le redini alla mia ipofisi o alle ghiandole surrenali, ordinando loro di darsi una regolata con la produzione di cortisolo (ormone dello stress). Siamo uno, nessuno, centomila in virtù di tutte queste combinazioni chimiche,  di queste “scosse di elettricità’ che non sono altro che il frutto di questo meraviglioso  mix di razionalità assoluta ( che non esiste) ed emotività.  Voglio vivere questi “confortable numb” e “unconfortable numb” in cui mi riesce difficile pensare con più oggettività, perchè mi portano ad avere un’esperienza diversa della sensazione di realtà, e della mia vita. Per chi ha pazienza, spero che una volta uscita da questo stato di ” sequestro emotivo totale” io non continui a fare la figura della stupida. Se così non fosse,  chiedo venia per il tempo perso.

21 Grammi


Nel 1907 MacDougall, un medico statunitense, dichiarò che la nostra anima pesasse 21grammi. Pesó i corpi di alcuni pazienti alcune ore prima e alcune ore dopo  la loro morte. Con un margine di errore di 5,6 grammi, dichiarò che più o meno era quello il “peso dell’anima” di un uomo: 21 grammi. Ovviamente non considerava che post-mortem un corpo inizia a perdere secrezioni di varia natura. Ma , non voglio annoiarti(o meglio, disgustarti) con questi discorsi.
Stavo pensando, più che altro, alla speranza che noi uomini nutriamo nei confronti della vita oltre la vita, la speranza che ci sia qualcosa di ultraterreno, e che in virtù  di questo qualcosa, l’esistenza che viviamo adesso, debba avere uno scopo.
Pochi giorni fa ho letto un articolo che trattava di un tizio che aveva denunciato i suoi genitori per averlo messo al mondo senza il suo consenso. Bizzarro no?! . Sai chi non lo avrebbe trovato  bizzarro? Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre, uno dei pensatori più incredibili del ‘900 . Sartre  affermava che l’uomo non è libero. Perché in principio non sceglie di vivere : viene buttato, gettato in questo mondo, con un cuore che batte e dei polmoni che respirano, senza che ne abbia voce in capitolo. Trovo un nonsoché di poetico nel pianto del bambino appena nato. Piangere è la piangere è la prima cosa che facciamo. Da quel momento in poi,  non sarà affatto semplice vivere, e secondo Sartre è bene non perdere tempo alla ricerca di uno scopo, un senso assegnatoci da chissà quale entità superiore, perché non lo troveremo, e se avremo l’impressione di averlo trovato sarà solo un’illusione. Trovare una finalità nella nostra vita è un concetto che nasce e cresce con l’uomo. L’ uomo, l’animale più razionale, ha bisogno e necessita di trovare un significato in questa esistenza terrena perché così facendo, nutre il suo egocentrismo (così siamo importanti per qualcosa) e la proprie speranza di vita oltre ciò che ci fa più paura, ovvero la morte. Però riflettendoci, in linee generali,  in un universo infinito, (immagina l’infinita infinità dell’universo) noi, così piccoli, e i nostri scopi, ancora più piccoli, cosa vuoi che siano?. A cosa serve uno scopo, se la nostra esistenza o inesistenza  non cambia nulla nell’universo?. Oltretutto trovare lo scopo di una realtà di cui  riusciamo a percepirne soltanto gli echi,( perché concretamente, siamo esseri limitati e non abbiamo idea di quello che effettivamente ci circonda) , è come domandare a un cieco se gli piace il quadro che ha di fronte, o a un sordo, se apprezza la musica che sta ascoltando. E in fondo, cos’è la realtà? A volte penso che il nostro mondo non sia così lontano da quello dove vivono gli umani dentro  Matrix. Percepiamo, sentiamo, vediamo ben poco di quello che effettivamente ci circonda e poi nelle nostre menti si crea la realtà numero due : quella che  rielaboriamo . Per esempio, una farfalla, o quello che  percepiamo della farfalla (perché della farfalla, di fatto, non riusciamo a vederne  tutti i colori…o non possiamo avere conferma sul fatto che le appartengano effettivamente i colori che vediamo) viene rielaborato nella nostra mente e ce ne facciamo un’idea. Anche tu, che stai leggendo, pensa a una farfalla.  Ok… l’idea che ti sei appena fatto è comunque lontana da quello che è effettivamente. Quello che hai creato nella tua mente, ovvero il concetto di farfalla concretamente NON esiste.  Come non esiste quello che pensi quando crei nella tua mente l’immaginario di tuo fratello, di tua madre, di tuo padre, del fornaio, dell’elettricista.  È un po’ lo stesso concetto che rivediamo nel quadro di Magritte :”La Trahison des images”, in cui raffigura una pipa, e sotto scrive : “ceci n’est pas une pipe”, questa non è una pipa. Noi vediamo una pipa, ma ne è solo la raffigurazione, perché  non possiamo accenderla, né fumarla. Quindi non è una pipa. L’immagine, appunto, ci tradisce. E così anche la nostra limitata mente e il nostro limitato corpo, ci tradiscono. Abbiamo la percezione distorta di una realtà incomprensibile, che  diviene ancora più incomprensibile quando la rielaboriamo nelle nostre menti. E più riflettiamo su di essa e più ce ne allontaniamo.  E dal momento che noi non possiamo fare a meno di elaborare informazioni che percepiamo (male) dall’esterno, cosa veramente è reale e cosa non lo è?. Quindi ricapitolando : 1-Non siamo esseri liberi 2-Abbiamo una visione relativa e assolutamente irreale della realtà 3- Tendiamo  cocciutamente  a trovare uno scopo in questa vita, quando invece è una ricerca inutile.
E allora che campiamo a fare? Non lo so.  E sorrido mentre rispondo a questa domanda, perché in realtà una risposta gliela do lo stesso. Ognuno di noi,( nel nostro limitatissimo viaggio segnato dal tempo biologico e  dall’insignificanza delle nostre misere menti) , può  trovare uno scopo nella propria vita che sia fine a se stesso. Possiamo ricavare la nostra e personalissima morale, la nostra etica, stabilire degli obiettivi e perseguirli fin quando il sangue scorre nelle nostre vene. Perché cercare  per forza  quell’aura soprannaturale nella nostra esistenza? Non è già meravigliosa e incredibile di sua? Dobbiamo per forza attribuirle significati celesti? . È così bello, vivere per vivere… Gioire, soffrire, correre, riposare, giocare, riflettere. Un giorno non saremo più nulla. E anche per questo motivo dovremmo apprezzare ancora di più la nostra vita. Perché  in questo nulla possiamo essere qualcosa, per noi stessi e per gli altri esseri viventi con cui abbiamo a che fare. E quindi, riflettendo sulla tua personalissima vita, su ciò che credi , su ciò che consideri giusto e sbagliato… relativamente a questo, quanto pesa la tua anima?.

L’Aquila e la Leoncina di S. Tilotta

Questa che vi sto per raccontare
è una storia che forse si poteva evitare.
Parla di un’insolita amicizia
tra un’aquila novizia
e una leoncina che mancava di furbizia,
a cui piaceva fantasticare
e che aveva difficoltà a realizzare
che spesso non c’è aderenza
tra atto e potenza.

Tutto iniziò in modo casuale
durante un’insolita abituale
battuta di caccia,
in cui sbatterono l’un l’altro la faccia,
poiché si gettarono inconsapevolmente
sulla stessa preda contemporaneamente.

Dopo un attimo di sbandamento,
nessuno dei due manifestò alcun lamento,
anzi, si sorrisero candidamente
e iniziarono a gustare reciprocamente
ciò che frullava nella loro mente.

L’aquila raccontava le sue avventure
come fosse tanto libera dalle paure,
e la leoncina sembrava volasse
come se non avere le ali non contasse.
L’impressione era quella
di avere a che fare con una dolce novella.

Ma la verità non tardò ad arrivare
e l’aquila si iniziò a stancare,
perse un po’ di interesse ,
e  si distrasse
senza nemmeno dissipare tempo a capire
il motivo di questo suo sparire.
La leoncina dichiarò soltanto
che fin tanto c’era sentimento
avrebbe sperato senza pentimento:
(è difficile accettare che quel che si ha in mente,
non corrisponde realmente)
” Di libertà -disse- non ti voglio privare,
sentiti libera di volare alta quanto ti pare,
ma spero soltanto
che ogni tanto
condividerai con me il tuo tempo.”.
L’aquila rispose di conseguenza:
“Mi sono avvicinata a te per la tua intelligenza,
ma adesso è un valore in scadenza.
Con te non so parlare.
Con te non so volare.
Con te non so scherzare
e di te non mi potrei mai innamorare”.

La leoncina delusa e intristita,
si allontanò ferita.
Pensò :” In mia compagnia i miei amici sono sempre in allegria,
anche perché son dotata di tanta ironia .
Forse avrei dovuto trattarla male,
mi dovevo fare desiderare.
Sono stata troppo disponibile
ed era meglio essere meno accessibile.
Ma la verità è che a scacchi non so giocare
e il tempo non mi va di sprecare
dietro a una risposta a cui non so arrivare.
Non mi va di condizionare i miei passi
e tirar fuori i miei assi.
Mantengo la libertà delle mie azioni,
e auspico che con qualcuno prima o poi funzioni
( e poi dir la verità, elemosinare attenzioni
mi priva di emozioni).
Un rapporto sbilanciato
è decisamente sbagliato”.

E così accettò la realtà
che a quel punto divenne anche volontà.
Riprese a cacciare
stando attenta a non inciampare
con chi la potrebbe ferire
solo perché incapace di capire.
Non tutti seguono lo stesso verso,
al mondo c’è tanto di diverso.

La leoncina si fece una promessa
e non tardò molto che diventò leonessa.

  ( Tutto ciò che è atto era potenza, ma non tutto ciò che è potenza sarà atto).
Le favole di Eso…Soraya! Ahahah


6maggio


Sono la carnefice di me stessa. Il tempo è l’arma del delitto. Uccido me stessa, attimo dopo attimo. Bimba che ero un tempo, tu non esistiti più. Per te nessun funerale. Eppure sei morta. Muoio anche io adesso, e rinasco al contempo.
Chissà cosa saresti stato.
Tu che hai cessato davvero di vivere.
Chissà chi saresti diventato, cosa avresti eclissato. Chissà dove il tempo ti avrebbe portato.
Vorrei qualcosa che non conoscerò mai effettivamente. Non conoscerò mai l’uomo dai capelli totalmente bianchi che avrebbe avuto il tuo nome, e di  base, la tua mente.
Il pensiero della tua esistenza, che oggettivamente non potrò più totalmente definire, è macchiato dal  carico di emotività che mi porto dietro : la tua morte pianta le sue radici insidiose anche nei ricordi di felicità più pura.
Mi corrode l’anima non avere ciò che invece ho  conosciuto concretamente.
È una mancanza crudele, sadica, selvaggia. Che sevizia e strappa la carne dalle mie ossa.
Ma non mi resta che accettare questa realtà, fin quando il tempo mi condurrà a un punto definitivo, lontano da questo circolo vizioso e virtuoso che è la vita.

Il mondo nelle mie mani

Soraya osservava la bellezza della natura dalla vetrata del quartier generale dei “difensori della giustizia”. Organizzazione segreta nata con l’intento di aiutare i più deboli (spesso ricorrendo anche vie illegali, e mettendo a rischio la propria incolumità: gli eroi diventano tali, non per i loro super poteri, ma per quell’innato ed egoistico senso del dovere verso gli altri) . Soraya pensava al fatto che quella che stava per affrontare, sarebbe potuta essere l’ultima missione della sua vita. Ma il mondo era nelle sue mani, e non poteva tirarsi indietro, non lo avrebbe mai fatto. Rubó al tempo ancora qualche secondo, donando ai suoi occhi un ricordo più vivido di quel panorama. Una lacrima le rigó il viso. Sospirò, si voltò verso miss Coleman, e disse “sono pronta!”. Caricó la sua Colt 45 e si mise in viaggio.

Non è pinot grigio

Non sono mai stata una grande intenditrice di vini. Diciamo che mi sono accontentata sempre di ciò che ho trovato. Ma recentemente, ho vissuto un’esperienza, oserei dire onirica, assaggiando uno dei miglior vini bianchi esistenti. Fin da subito ne ho colto i colori accesi e brillanti. Una viscosità massiccia, una struttura robusta, simile a un rosso.  Ho immediatamente  capito che quello che mi stavano versando, non era il solito “pinot grigio” .  Il suo odore mi ha totalmente inebriata, un bouchet speziato, dolce, cacao… É stato  l’ incipit perfetto per l’esplosione di sapori e colori che la mia bocca ha avuto il piacere di provare, fin dal primissimo contatto sul mio palato. Era  amabile, ampio, armonioso, elegante, equilibrato. Non avrei più smesso di berlo. A volte ci si dimentica di vivere, e ci si lascia trascinare dall’inerzia delle nostre azioni. Quel vino ha risvegliato in me, il desidero delle sensazioni, delle emozioni, della buona compagnia, del gusto, del tatto. Non so se lo riassaggeró  mai più , ma indipendentemente da questo, sono grata di averlo assaporato. Ne ho goduto di ogni aspetto. Non è stata “un’esperienza”, rettifico quello che ho scritto all’inizio…é stata ” l’esperienza”.

L’incantesimo di un bacio

Ammettilo, hai fatto un patto con il diavolo e quel bacio era maledetto. Fin dal primo istante ne sono diventata dipendente. Un bacio che sembrava avesse un’anima. Un bacio che aveva preso vita propria.
Baciarti era anche più bello che fare l’amore.
Dovevo limitarmi a questo, ma non ci sono riuscita. Mi ha trasmesso troppe emozioni per non suscitare in me la curiosità di conoscere una persona che era in grado, con un “semplice bacio” , di farmi impazzire.
È stato come andare sulle montagne russe. Mi sarei fatta fare di tutto e in fondo un pò è anche andata così. Non sono più stata razionale. Sono stata in totale ribellione con la mia mente, ho vissuto di istinti, di impulsi. Me ne sono fregata della razionalità, e probabilmente ho visto solo quello che volevo vedere, ho interpretato male ogni cosa. Un rapporto univoco. Ma a volte le “bugie bianche “sono belle, ti ci butti dentro, non importa come sia realmente la realtà. Ma cos’è totalmente razionale e reale? Viviamo in una dimensione dove quando siamo felici i colori dell’alba sono anche più vividi, e quando siamo tristi ne notiamo solo le nuvole. Ripenso ai tuoi occhi e all’estrema umanità che trasmettevano. I tuoi occhi erano pura emozione, e il tuo sguardo mi ipnotizzava. Davanti a te, mi sono sentita nuda, vulnerabile, una bambina, una donna, un oggetto. Credevo di avere un pò della tua mente…mi illudevo, perché non ti è mai interessato conoscermi, e quel poco che avevi capito di me, lo hai dimenticato.
Ci sono certi rapporti che dovrebbero tirar fuori da te il meglio, io invece sento di esserne uscita come una persona peggiore, ma per quel bacio, lo rifarei ancora.

Olivia

Olivia era la donna più bella della città. Con i suoi occhi grandi e profondi, ipnotizzava al primo sguardo.  Le sue labbra richiamavano il colore del sangue, il suo sorriso splendeva più del sole. Tutti rimanevano vittima del suo fascino. Le donne ne erano gelose.
Nessuno avrebbe mai sospettato il terribile passato che Olivia aveva alle spalle. Rimase orfana a soli 3 anni  quando la  madre morì di cancro. Si occupò di lei il patrigno, un uomo violento e irascibile, che la trattava come  fosse un oggetto di sua proprietà, e che, ai primi accenni di donna nel suo corpo, iniziò ad abusare di lei.  Finalmente a 14 anni decise di scappare via da quella casa maledetta. Trovò lavoro come ragazza immagine, e riuscì a rifarsi una vita. Ma le profonde cicatrici dell’anima continuarono a far male per  tutta la vita, e ogni sera, prima di addormentarsi, ascoltava l’unico ricordo che sua madre le lasciò: la canzone diceva “I’ve got you under my skin”. Si sentiva come cullata tra le braccia della madre…e si addormentava, trovando finalmente pace.

Lola

Non si è mai pronti per incontri del genere. Non si è mai pronti per donne del genere. Era seduta lì, poggiata al bancone del bar, mentre sorseggiava del whiskey.  Invidiai immediatamente il vetro di quel bicchiere di Jack che aveva il privilegio di sfiorare le sue labbra. Appena si accorse che la stavo osservando, con fare deciso, mi fece cenno di avvicinarmi. E fu così che inizió tutto. Da quel momento non sono più riuscito ad allontanarmi da lei, come se non  fosse più la gravità a tenermi sulla terra, ma l’attrazione che sentivo nei suoi confronti. Sono caduto nella sua trappola un po’ per scelta, un po’ per masochismo, un po’ perché lei affondava sempre più i suoi artigli su di me ogni volta che provavo a liberarmi. Era come cadere nelle sabbie mobili, dove più provi a dimenarti , e più ne vieni risucchiato, e non puoi che arrenderti e sperare che succeda qualcosa che cambi il corso degli eventi. Magari sarebbe cambiata. Non mi avrebbe trattato più male. Mi sarebbe stata fedele,e non avrebbe riversato su di me tutta la sua tristezza e frustrazione dovuti ad un passato tormentato e alla morte dell’unico grande amore della sua vita. Probabilmente ricercava disperatamente lui in tutti gli uomini con cui aveva a che fare. Era istrionica. Ossessionata dalle altrui attenzioni. Ne  era avida e non riusciva mai  a saziarsene . Era insicura, ma non lo avrebbe mai ammesso, e per questo, da solo, il mio amore, non le sarebbe bastato.E a un certo punto sono stato disposto pure ad accettarlo. Era spiritualmente morta da tanto tempo, moralmente  libera, fisicamente  VIVA .Tutto in  lei emanava vita, passione, ossessione. Le sue forme, il profumo della sua pelle, la morbidezza delle sue labbra, i ricci ribelli che circondavano il suo viso, il suo sguardo. Mi sono ammalato di lei fin da subito.  E mi sono reso conto che l’amore non è ciò di cui hai bisogno, ma è brama, desiderio, è irrazionalità, follia. Bukowski diceva:”trova ciò che ami e lascia che ti uccida, lascia che ti prosciughi, che divori i tuoi resti. Molte cose ti potrebbero uccidere, alcune lentamente altre velocemente  ma è molto meglio essere uccisi da un amore”. E io l’avevo trovato in lei. Lola.

Soraya dai capelli rossi.

Anno 3500 d. C. I grigi avevano colonizzato l’intero pianeta terra. Gli umani erano ridotti a uno stato di schiavitù. Erano macchine di produzione, il cui principale compito era quello di allevare i Leptrogani, forme di vita ameboidi, di cui si nutrivano i grigi. Non esisteva identità, e tutti dovevano tingere i capelli di nero, e vestire tute bianche. Non potevano socializzare e la maggior parte di loro, moriva suicida. La chiamavano la “dolce libertà”, l’unica opportunità di scelta personale che poteva essere presa per la propria esistenza. Il trattamento (o meglio maltrattamento) sugli umanoidi, da parte dei grigi, era continuo argomento di discussione dell’UOLR( Univerlas Organization Life’s Right), ma per la maggior parte delle forme di vita, spendere tempo per gli umani era inutile, perché  considerati facenti parte di una specie inferiore e destinata all’estinzione. Gli unici a cui importava qualcosa erano i nordici, che da anni si battevano per loro. Haiklorange, capo di una delle associazioni più attive per i diritti degli umani, organizzò una sommossa che portò alla liberazione di alcuni di loro (che vennero scortati nel pianeta Nord). Una delle fortunate sopravvissute si chiamava Soraya, la quale divenne presto figura portante della rivoluzione. Soraya ritornò più volte sul pianeta terra, con l’obiettivo di liberare il numero maggiore di umani possibile. Incoraggió alla ribellione, alla presa d’identità, li incoraggió alla vita. Lei stessa, si tinse i capelli di rosso, e il Rosso divenne il simbolo della “Libertà Ritrovata” . Questa volta però la libertà non era un ultimo grido di morte, ma di vita. Malgrado Haiklorange fece di tutto per proteggerla, i grigi riuscirono ad ucciderla . La sua morte però non servì a placare il terremoto di sovversione che si era appena innescato , anzi, ne accentuó le dinamiche. La guerra durò circa 200 anni, nel 3700 a.C gli umani si poterono finalmente considerare liberi. Ancora oggi ricordiamo gli atti eroici di Soraya, che si sacrificó per la liberazione umana. Lei e i suoi capelli rossi verranno ricordati per sempre come simbolo di sovranità, emancipazione indipendenza e giustizia.

Tu hai l’anima che io vorrei avere.

Alexander e Eloise incrociarono per la prima volta le loro vite ad una festa universitaria. Lui si era appena laureato in fisica, lei giovane matricola in medicina. Nel momento in cui gli occhi di Alexander incapparono in quelli di Eloise, ebbero entrambi quell’incosciente consapevolezza che di quel momento si sarebbero ricordati per il resto della vita. È stato uno sguardo lungo un’eternità, un attimo di totale esistenza. Vale la pena vivere anche solo per un momento simile.  Come se per tutta la vita fossero andati alla  ricerca incessante di qualcosa di ignoto, che avevano appena riconosciuto l’uno nell’altro.  Alex si avvicinò a lei, e con il cuore a mille, si presentó. Lei gli sorrise  di gusto. Da allora, non si mollarono più.
Comunicavano senza proferire parola. Si baciavano, si accarezzavano, si toccavano continuamente: due magneti di poli opposti. Chiunque li vedesse, rimaneva ipnotizzato. Erano un’opera d’arte! E quando facevano l’amore, l’atto fisico era solo uno schizzo, un disegno a matita, che veniva arricchito dai milioni di colori che vedevano solo loro, e che venivano generati dalla loro intesa mentale, intellettuale e sentimentale. Nell’atto carnale, fondevano i loro corpi in un’unica entità di piacere e amore. Erano magia pura.
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.Soraya
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Sbuffi il Batuffi

Sbuffi il Batuffi nacque a Maré, una delle favelas più a nord della città di Rio de Janeiro. Secondo di una cucciolata di 12 gattini, fu abbandonato  non appena spuntarono i primi denti affilati. A 35 giorni di vita, capì che se voleva arrivare al 36°, doveva imparare “l’arte della sopravvivenza”, e la strada divenne ben presto un’insegnante esigente. Fece amicizia con il vicino di cassonetto, John Miao, gatto dal manto maculato e dal temperamento schizzato. Buono nell’animo e con un alito di pesce  capace di stedere anche un anosmico,  vedeva con un occhio solo, perché , qualche anno prima, un suo amico, giocando a “lischette”, invece di beccare  il cerchio centrale del bersaglio, beccò la sua pupilla. Una sera John Miao, fece ritorno tutto esaltato ( più del solito) miagolando a Sbuffi  il Batuffi di aver incontrato degli spacciatori di erba gatta.  Erano in cerca di nuove reclute che sapessero far fruttare gli affari  del cartello di “El Gattino”. Una proposta  decisamente  pericolosa, ma la vita è fatta di compromessi e non sarebbero riusciti ad andare avanti a lungo rubando croccantini di qua e di là. Così accettarono, e in men che non si dica, il mix tra la mente di Sbuffi e la spavalderia di John, si rivelò vincente, tanto da fare guadagnare in brevissimo tempo una quantità di pesce che attirò l’attenzione del boss di ” El gattino”, TrigroTrigo il quale volle presto incontrarli.  L’obiettivo di TrigroTigro era quello di estendere il traffico di erba gatta anche al di fuori di Rio de Janeiro, e cercava qualcuno che lo aiutasse in questa impresa. Loro sembravano perfetti e le sue aspettative non vennero deluse.
In poco tempo il loro traffico di droga, si diffuse su tutto Brasile,  e poi lentamente conquistò  anche l’intera l’America latina.  Sbuffi il Batuffi e John Miao cambiarono totalmente vita, comprarono una scatola gigante  e dentro ci misero anche un  grandissimo  tiragraffi . Tra champagne, caviale e aragoste, ogni giorno era una gran festa! Avevano anche  assunto Soraya, la più famosa accarezzatrice di gatti del mondo. Per ore  grattava le loro sottoguanciotte regalando estasi di piacere.
Una notte, al night “BlueChat”, Sbuffi venne folgorato dall’esibizione di Lola Felina. Miagolò immediatamente che era in assoluto la gattina più bella che avesse mai visto: tutta coda e fusa, forme sinuose e sculettanti , pelo sofficissimo di color grigio sfumato, aveva dei baffi lunghissimi e degli occhi verde smeraldo che ipnotizzavano con un solo sguardo .Erotica come Venere e stronza come Marte, lo ebbe in pugno fin dal primo sguardo. Ogni suo desiderio era un ordine per Batuffi.
Tutto sembrava procedere bene (El gattino” era riuscito a far fuori tutti  i cartelli rivali e stavano per intraprendere lo spaccio di una nuova droga, la  metanfelinamina-capace di eccitare i gatti come nemmeno un temporale era mai riuscito a fare), quando una sera, durante una festa data per festeggiare la resa dell’ultimo cartello antagonista ( il cartello “miao grrrrff”),  John  afferrò la sua pistola e sparò un colpo in aria richiamando l’attenzione di tutti i presenti  . Jhon ( sotto effetto di metanfelinamina) dichiarò il suo amore per Sbuffi il Batuffi,  dicendo che lo aveva amato fin dalla prima pinna di pesce condivisa, e che negli anni questo sentimento non era riuscito a reprimerlo, anzi era cresciuto sempre di più. Vederlo sotto gli artigli di una stronza come Lola, lo aveva portato al limite della sopportazione. Così aveva deciso di agire.  Ricaricò la pistola e sparò un colpo dritto al cuore di Lola.
La folla urlò incredula e tutti fuggirono tranne Sbuffi che rimase con la salma di Lola tra le braccia. Jhon a quel punto , puntò la sua Colt Single Avtoon Army, sulla sua stessa tempia e premette il grilletto suicidandosi. Qualche secondo prima gridò” se non posso averti, non ha senso vivere”. 
Gli spari attirarono l’attenzione dei vicini che chiamarono la polizia. All’arrivo gli agenti, trovarono Sbuffi in  un evidente stato di shock Sbuffi con ancora Lola tra le zampe . Gli ordinarono di alzare le braccia e fare vedere i cuscinetti… Erano tutti increduli nello scoprire di aver  davanti uno del latitanti piú famosi del mondo.
Lo condannarono a 2 ergastoli  e la foto che vedete, ritrae il momento dell’arresto.

Sbuffi il Batuffi  e sta scontando la sua pena nel carcere di Altamira da circa 20 anni. Non parla più con nessuno e le pareti della sua cella sono ricoperte dalle foto di LolaFelina.

Emozioni

Un’ondata di  emozioni mi travolge al solo tocco della tua pelle. La sfioro, l’accarezzo, ne sento il profumo. Poi ti bacio. Assaporo quella bocca come fosse cibo dopo un digiuno lungo una vita. Incredibile scoprire quanto una persona possa dare dipendenza… non voglio disintossicarmi da te… Mi  trasmetti vita. Sei pura emozione. Sei adrenalina. E io sono totalmente immerso in questo spettacolo di sapori, colori e musica che sei tu.

George

Lola, nipotina mia, intanto che mi versi un altro bicchiere di Jack- questa volta però liscio, senza ghiaccio… cara- ti racconterò di George, il mio quarto marito. G. aveva fatto fortuna vendendo tavolette per Wc. Era sfondato di soldi e non facevamo altro che spenderli tra droga e alcol. Ogni giorno era una festa. Casa nostra pullulava di gente, invitavamo le migliori band della città, si giocava d’azzardo, e ci divertivamo come matti. Cristo… George… George faceva l’amore come un Dio!!! Non smettevamo mai di farlo(ma forse questo non dovrei dirtelo visto che hai solo 10anni e non si parla nemmeno di tuo nonno). Avevo un cattivo rapporto con i suoi figli e il giorno della sua morte per overdose, mi sbatterono fuori di casa. Penso di non aver mai amato nessuno come lui. George fu il mio primo vero amore…tutti dovrebbero avere un George almeno una volta nella loro vita.

1430 giorni.

È da 1430 giorni che aspetto che torni da lavoro.

La tua assenza è una malattia cronica, le cui cure che seguo sono solo di natura palliativa. Principalmente assumo giornalmente 1000mg  di “distrazioni”. Evito di pensarti, e malgrado il mio inconscio, e il conscio senso di colpa, ci riesco pure. E così leggo, ascolto musica, macino chilometri e chilometri consumando le suole di decine di scarpe. Mi avventuro tra le nuvole e la poesia della mia mente. Conosco tantissime persone e mi immergo nei loro mondi. Mi meraviglio della bellezza di posti e luoghi che ho già visitato e altri invece che scopro per la prima volta. Divento mamma a tempo pieno di quattro lattanti a quattro zampe. Salgo su una giostra alta più di 90metri che mi fa cadere giù ad una velocità pazzesca. Mi infatuo totalmente, penso di aver trovato ” il pezzo di puzzle che si incastra con il mio” nel nuotatore svizzero… poi nel chitarrista… poi nel pilota… poi in chissà chi altro.   Riscopro il piacere del gusto del cibo. Diritamboleggio  inebriandomi di vino. Ballo facendo prende forma alla musica tramite il mio corpo. Osservo con entusiasmo le coreografie di mamma quando ritorna da danza. Rischio l’overdose da serie TV insieme a Jean. Coccolo, maltratto, torturo, mi prendo gioco di Victor. Mi addormento abbracciata a Sinuhè, Jamila, Obelix. Passo ore e ore nella nostra settesoldi. Parlo, vomito tutto quello che frulla dentro la mia mente senza l’ombra di alcun filtro, con mamma, Jean, Ciccio e con chi penso possa capirmi. Piango, grido, rido di gusto, mi diverto, godo parecchio del mio corpo, mi prendo in giro, mi perdo fisicamente e mentalmente. Eppure : {“So, leggi questo libro”, “Amore mio, ascolta questa canzone” , “Domani ti porto in questo posto”, “Ti va di guidare la vespa?” ,” Vita mia, sto arrivando, probabilmente la macchina si è fermata perché non ti sei accorta che è finito il Diesel ;)!.” ./” Papino mio, mi spieghi questa cosa che non ho capito?” ” Papà c’è questo ragazzo che mi piace “, “Papino dato che sei un pozzo di sapere senza fondo , cos’è successo durante quel periodo storico…?.”. “Papà secondo te cosa devo fare?” } Mi manca , mi manca, mi manca, mi manca, mi manca. Ho la nausea, tremo, sento freddo…il mio corpo non si sta abituando: ho una crisi d’astinenza che non passa e non passerà.  Perché papà sei il fulcro essenziale della mia esistenza. E la tua essenza rimane nei miei ricordi…e  ho paura che il tempo mi porti via anche questi, perché effettivamente con il tempo alcune immagini si affievoliscono. Lotto con tutta me stessa contro questa realtà che mi ha strappata via dalla mia Vera Vita. A volte sento dire ” da quando Nino è andato via”. È una frase che mi fa incazzare, perché tu non sei andato via, non lo avresti mai fatto, né voluto!. E’ il  tuo cuore che ti ha tradito, tu non sei andato da nessuna parte, è il tuo corpo che si è spento, e non c’è modo di accenderlo di nuovo. Non ci riescono nemmeno  i ricordi che sono solo una manifestazione di ciò eri, ma non sei tu, perché  l’immagine di qualcosa è solo un’immagine, un pensiero e ciò non mi basta!!! Io ti voglio, ti pretendo qui, in carne ed ossa: con il tuo sopracciglio destro che si alza quando parli di qualcosa che ti entusiasma e vedi che coinvolgi anche gli altri, con la tua ipocondria, con i tuoi occhioni pieni di lacrime mentre guardi un film che ti emoziona, con i tuoi dolori alla schiena perché dormi tutto storto, con la tua mente estremamente brillante, intelligente, curiosa, colta, fuori dal comune; con la tua sensibilità, con la tua onestà intellettuale, con la tua emotività.  Ti voglio umano, mortale ( e per questo così vitale).!. Ho bisogno della tua materialità, della tua fisicità, ho bisogno dei tuoi abbracci, dei tuoi baci, del tuo  caldo ” ti amo” con la tua voce rotta dall’emozione. Ho bisogno del senso di protezione che solo tu sapevi darmi. E sono incazzata con il caso che combinando gli eventi, mi ha portato via te. Sai che non credo in alcun Dio provvidenziale ( per fortuna sua non esiste, altrimenti avrei messo meno di una stella su Godadvisor), e non so con chi prendermela per sfogare questa  rabbia che da 4 anni persiste e so che non mi abbandonerà. In questo realtà stocastica, dove non esiste alcun fine se non la vita stessa, cerco di trovare un modo che mi distragga dall’infinita tristezza e attesa. Lo trovo ponendomi degli scopi, degli obiettivi, e come punto di riferimento ho te che hai fatto tanto della tua vita. In questi anni ho capito che non esiste un senso universale, ogni vita è fine a se stessa, e il mio fine è vivere afferrando e assaporando ogni momento felice, (a volte esagero anche, ma nei momenti di felicità  e serenità faccio sempre un triplo salto carpiato!! ) proprio in virtù della sofferenza!! Ma anche la tristezza deve avere la sua dignità e il suo rispetto, perché fa parte della vita, e anche questa mi fa sentire viva, ciò non lo do più per scontato.
Papà sei un capolavoro letterario. La musica più bella che io abbia mai ascoltato. Avrei voluto più pagine per te, avrei voluto più note. Ma è andata così e non posso che “accontentarmi” di questo. Il tempo è una costante universale  soggetto al relativismo che condiziona tutti  e, per quanto io lo trovi ingiusto, non posso che accettare e convivere con il fatto che il tuo tempo sia finito.
E anche se in virtù di ciò io soffro dannatamente,  soffrire per te mi sta bene, perché vuol dire che sei stato e sei il papà migliore che io potessi desiderare, soffro estremamente perché altrettanto estremamente ho gioito quando  stavo con te. Quindi il motivo della mia tristezza, vale assolutissimamente la pena.
Con oggi sono passati 4 anni, 1430 giorni.
Domani saranno 1431 giorni, e io continuerò ad aspettare che ritorni da lavoro. 

Papà

” E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio”. La fine è il mio inizio. Terzani
Non mi ero mai soffermata così tanto sul concetto di “morte”. Inevitabilmente, ogni giorno, (negli ultimi 3anni), è diventato protagonista dei miei pensieri. Devo essere sincera, un po’ per salvaguardare la mia salute mentale, ho costretto me stessa a idee che prima non mi sfioravano affatto. Ho voluto credere in una vita oltre la morte, ma il mio “credo” vacilla costantemente.
Ognuno di noi è materia, materia che muta di continuo ,e in questa  trasformazione  faccio rientrare il concetto di morte e al tempo stesso di rinascita. Sono due eventi estremamente legati, sono spesso la stessa “entità”, e si separano raramente, ma anche in questo caso lavorano sinergicamente. Io stessa muto costantemente. Muoio e rinasco. Guardo le foto di quando avevo 4-5-6 anni, e non mi riconosco. Quella persona non esiste più, è come morta. Ogni giorno, muoio e rivivo in un’altra persona. Cambio in modo più o meno evidente dal punto di vista fisico ma anche nella mia “forma mentis” . Ritengo che un essere vivente si identifichi  per il suo modo di pensare e per il manifestarsi dei suoi pensieri. . Ma pensare non è un meccanismo “magico”, non è trascendente: è il continuo scambio di informazioni tra neuroni e reti neuronali. Anche il nostro umore è caratterizzato da sostanze chimiche che il nostro corpo produce o che assume. Tutto è estremamente fisico, materiale…concreto. I malati di Alzheimer, ad esempio, cambiano radicalmente e inesorabilmente nel tempo: non sono più la stella persona già all’inizio della malattia, e assistono a un continuo morire della propria personalità e capacità di essere individui, consapevolmente e purtroppo, (soprattutto verso la fine) inconsapevolmente. Quando ero più piccola, credevo nell’anima, una specie di entità trascendente che al momento della morte si libera ( o viene liberata),  e inizia il suo percorso eterno. Ma cosa siamo realmente noi, se basta un po’ di epinefrina a renderci euforici, o delle benzodiazepine a calmarci?. Ammesso che esista, qual è l’essenza dell’anima, se il nostro modo di essere non è più condizionato da agenti chimici-fisici? In questo periodo della mia vita, penso che il mio “IO” non sia altro che corpo, un insieme di  impulsi elettrici, sostatane chimiche, esperienze fisiche ecc. .E’ un pensiero che mi fa apprezzare ancora di più il mio essere terreno. Spesso però rivolgo gli occhi al cielo, e pensando all’infinità dell’universo, penso che se già mi riesce difficile capire il concetto di infinito, la mia mente sia troppo limitata per capire quale sia realmente la realtà. Alla fine, anche la stessa realtà che mi circonda, non è quella che mi circonda, ma ciò che il mio corpo riesce a percepire, quindi non riuscirò mai a conoscere la verità .Vorrei solo cercare di essere razionale  e non farmi condizionare dalla speranza e dalla mia volontà. La mia volontà mi fa ancora sperare che ritorni da lavoro papino mio, sono qui che attendo e continuerò ad attenderti per tutta la vita. Perché per fortuna, le mie capacità sono limitate, e non capirò mai cos’è effettivamente la morte. Vorrei con tutto il cuore, che la tua essenza “SIA” ancora. Ma ci sei, nei miei ricordi, nel mio DNA. Nei ricordi degli altri. Continuo a scrivere sulla tua pagina Facebook, perché so che anche se la tua entità non potrà mai leggere quello che sto scrivendo, lo potranno fare le persone che ti conoscevano e in cui è rimasto un po’ di te.
Ti amo Nino Tilotta. Tua Soraya.

The Soraya Show

Ho sempre pensato che per saper scrivere bisognasse leggere un numero non esiguo di libri, informarsi sempre su tutto (essere una specie di tuttologo): viaggiare parecchio, disporre di un QI abbastanza fuori dal comune e avere un bagaglio di esperienze che sfori nettamente i limiti Ryanair.
Io sicuramente non ho letto moltissimo, né tanto meno viaggiato, il mio QI è più che ottimo.

,ma non so quanto siano attendibili i test su internet, e le esperienze vissute sono ancora troppo poche. Ma al diavolo i requisiti per essere una brava scrittrice!. Non lo sono e non pretendo che voi lo pensiate. Al momento mi avvalgo dell’unica facoltà che dispongo :” mi piace scrivere!”(e me la faccio bastare).
Ciao a tutti sono Soraya e questa è il “SorayaShow”: nome che diedi al programma immaginario che mandavo “in onda” quando ero piccola. Mi filmavo spesso con la telecamera e fingevo di essere una giornalista-documentarista alla scoperta di animali selvaggi: e così i miei cani, i miei gatti, le lucertole del giardino diventavano: iene, leoni, coccodrilli e elefanti etc etc. Iniziavo ogni puntata dicendo : “Buona sera (anche in piena mattina) a tutti signori e signore e benvenuti al Soraya Show!”.
Qui ho voglia di esprimermi, dividendomi in due pagine che parlino di vicende personali, condividendo i miei articoli , e pubblicando raccontini, poesie, e pensieri personali. Spero che a qualcuno di voi possa piacere, e se non sarà così chiedo venia per il tempo che avete perso.
E allora: ” Buona sera a tutti, signori e signore e benvenuti al Soraya Show”.

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